Condominio o non condominio?
Non
so se cento o più anni fa, quando hanno iniziato a fiorire le metropoli, i
costruttori si siano mai posti il problema: ma questi poveri disgraziati che
saranno costretti a vivere gomito a gomito con altri poveri disgraziati,
separati solo da un velo di muro, riusciranno a coesistere pacificamente?
Secondo il mio modestissimo avviso, no, il problema non se lo sono minimamente
posto. E oggi, che ci riteniamo sviluppati rispetto ai nostri bisnonni, ci
consideriamo tolleranti e civili, in realtà viviamo peggio che nel medioevo.
Perché? Semplice: abitiamo in condomini.
Già la parola, di per sé, mette paura: casermoni di cemento con abitazioni in linea di massima poco più grandi di una capanna, ma con tutti gli spazi sfruttati al limite dell’immaginabile per poter dare l’illusione di un grande benessere. In realtà, con tutta la nostra tecnologia, con tutta la nostra boria di essere moderni, stiamo messi peggio dei nostri avi. Ma andiamo per ordine.
Per prima cosa analizziamo i punti di forza di abitare in un condominio.
Ehm… Non mettete fretta, ci sto riflettendo… Ah, sì, ecco: non ce ne sono.
Per seconda cosa analizziamo i punti carenti.
Chi è costretto a vivere in un condominio prima o poi (più prima che poi) deve imparare a fare i conti con chi gli abita intorno a trecentosessanta gradi. E badate che anche chi abita al primo e all’ultimo piano sta nelle medesime condizioni. L’unico vantaggio di chi ha la fortuna di occupare un attico, è che non ti senti camminare sulla testa.
Dicevamo: il condominio è una convivenza coatta con gente che magari avresti preferito non conoscere mai, soprattutto se sopra di te viene a vivere il classico ragazzo di campagna, abituato alla mega villa senza nessuno nei paraggi. Chiaramente si sentirà in dovere di fare i comodi suoi a tutte le ore del giorno e della notte e, del resto, come dargli torto? Lui al paesello lo faceva! E nessuno gli rimproverava nulla, perché nessuno gli viveva a fianco. Ma qui, nella progredita città, non si può. O meglio: esiste il regolamento di condominio che disciplina il giusto comportamento e le regole da rispettare. Come? Non sapevate che ogni condominio ha le sue regole? Già, a pensarci bene, chi l’ha mai visto o letto? Eppure il fantomatico regolamento esiste, parola di amministratore. Sarebbe già una conquista se venisse rispettato, ma noi siamo progrediti… ci sentiamo in dovere di espatriare nella libertà altrui senza porci problemi… e ci arrabbiamo se l’invaso osa farci notare che abbiamo esagerato!
Tempi moderni.
Adunque, nel condominio trovi un coacervo di etnie peggio della Torre di Babele. In teoria si dovrebbero conoscere gli occupanti degli altri appartamenti, ma quando gli appartamenti raggiungono il numero di settanta, novanta, cento e passa, è naturale che qualcuno sfugga. E ti ritrovi a salutare il cinese che nel frattempo ha acquistato la casa sopra la tua testa dall’oggi al domani, magari in contanti. Contanti? Sì, avete letto bene: contanti. Personalmente non so neppure come siano fatti quattrocentomila euro in contanti, ma a quanto pare i cinesi lo sanno bene. Oppure un bel giorno decidi che tuo figlio di tre anni deve dare un taglio ai lunghi capelli biondi e quando rientri con lui e la sua testa rapata, trovi la signora che abbassa lo sguardo per osservarlo, sgrana gli occhi allibita e dice: “Ma gli hai tagliato i capelli!”. E tu fissi la signora e ti domandi chi diamine possa essere, perché non l’hai mai vista prima! Però lei conosce bene tuo figlio!
Se poi il condominio è dotato di portierato, allora esiste la mitica figura del portiere. Mitico portiere, che quando occorre qualcosa è sempre presente! Sì, anche quando ti ritrovi in casa un ragno di mezzo chilo e corri a chiamare il portiere perché lo uccida! O quando ti sfreccia un pipistrello in piena serata estiva dietro la nuca e non sai come prenderlo e corri dal portiere! E quando si rompe il termosifone? Niente paura, il portiere risolve sempre tutto. A pensarci bene somiglia a Figaro…
Però esistono anche gli inquilini che odiano il portiere. E allora si innesca una vera e propria guerra psicologica ai danni del poveretto che ogni giorno si ritrova a dover ripulire le schifezze dei civilizzati… Per non parlare dei modi sgarbati e veramente poco civili con cui si rivolgono a quel cristiano che sta lì per nove ore al giorno a pulire e ascoltare le lamentele di centinaia di persone per pochi euro al mese. Quanti, oggi come oggi, farebbero il portiere? Pochi, credetemi, e alla fine li vedi che soffrono tutti di gastrite o di ulcera.
Per non parlare di quei casermoni dove, se ti permetti il lusso di andare una settimana in vacanza, torni e scopri che il tuo vicino ha sfondato una parete e si è appropriato di una delle tue camere! Come? Non è possibile? Oh, sì, che è possibile, potrei citarvi il luogo dove ciò avviene con una certa naturalezza di costume, ma preferisco tacere per mia incolumità.
Per farla breve, in tutto questo contesto, il portiere, lo sconosciuto, i rumori molesti, la sporcizia, l’appropriazione indebita, esiste la ciliegina sulla torta: l’assemblea condominiale!
In teoria ci si riunisce per cercare, insieme all’amministratore, di portare migliorie al condominio e per approvare consuntivi e bilanci o acconsentire taluni lavori. In realtà ci si riunisce per scagliarsi gli uni contro gli altri, in un’arena improvvisata dove vengono sfogate tutte le repressioni psico-sociali di cui noi progrediti soffriamo. Ognuno è arroccato sulle proprie convinzioni e ben pochi accettano idee e risoluzioni provenienti da altri cervelli.
Si comincia con la solita matta (ce n’è sempre una o più di una in un condominio, come una volta c’era il matto del villaggio) che, neppure tutti sono seduti, si scaglia contro l’amministratore vomitandogli addosso ogni ben di Dio, senza un senso logico, senza un perché, ma solo per il gusto di alzare la voce e destabilizzare, istigata da altri cervelli fini che ascoltano soddisfatti in silenzio. E una volta terminata la violenta invettiva, si gira e se ne va, impettita e tronfia come un pavone, lasciando gli astanti allibiti e trasecolati, tranne i due cervelli fini di cui sopra che non si aspettavano altro. Che poi la matta sia la medesima persona che volutamente sporca per far dispetto al portiere è un mero cavillo.
E che dire delle due galline che fanno sempre comunella, pronte a dare sempre e comunque contro l’amministratore e contro ogni buona idea? Le vedi che siedono fianco a fianco e se c’è da votare andando contro gli interessi generali, sono sempre le prime a farlo, appoggiandosi “per solidarietà”, anche quando non sono concordi neppure tra loro. Bellissimo esempio di magistrale stupidità.
E che dire del fermo tentativo di tutti i cervelli fini di revocare l’indennità di cassa al portiere, preferendo “risparmiare” andando a pagare alla posta e versare l’euro contro i pochi centesimi rimborsati al portiere? Ma nessuno ha mai spiegato a queste persone che cosa sia l’economia? Perché a casa mia, se anziché pagare un euro e dieci centesimi di bollettino postale pago cinquanta centesimi al portiere… caspita! Ho risparmiato! Invece no, i cervelli fini pensano l’esatto contrario. Anche questa è una magistrale prova di stupidità e ignoranza.
E che dire del capannello di condomini che ce l’hanno a morte con il segretario che, poveretto, è chiamato solo a trascrivere la seduta? Le accuse, le insinuazioni volano e alla fine, dopo anni che il disgraziato si offre per mancanza di volontari a quel lavoro, si stanca e se ne va, invitando i cervelli fini a prendere il suo posto. E qui scatta la sorpresa: nessun cervello fino si fa avanti. Bene, ora siamo senza segretario e l’amministratore ha un bel da fare a chiedere che uno dei condomini si offra di ricoprire quel ruolo. Ma come? Hanno fatto di tutto per sbalzare il segretario e ora nessuno ha il coraggio di farsi avanti?
Insomma, a guardare bene, il fatto di vivere in un condominio a mio avviso non è una grande conquista sociale, ma un regredire allo stato di australopitechi. Con tutto il rispetto per gli australopitechi.
Già la parola, di per sé, mette paura: casermoni di cemento con abitazioni in linea di massima poco più grandi di una capanna, ma con tutti gli spazi sfruttati al limite dell’immaginabile per poter dare l’illusione di un grande benessere. In realtà, con tutta la nostra tecnologia, con tutta la nostra boria di essere moderni, stiamo messi peggio dei nostri avi. Ma andiamo per ordine.
Per prima cosa analizziamo i punti di forza di abitare in un condominio.
Ehm… Non mettete fretta, ci sto riflettendo… Ah, sì, ecco: non ce ne sono.
Per seconda cosa analizziamo i punti carenti.
Chi è costretto a vivere in un condominio prima o poi (più prima che poi) deve imparare a fare i conti con chi gli abita intorno a trecentosessanta gradi. E badate che anche chi abita al primo e all’ultimo piano sta nelle medesime condizioni. L’unico vantaggio di chi ha la fortuna di occupare un attico, è che non ti senti camminare sulla testa.
Dicevamo: il condominio è una convivenza coatta con gente che magari avresti preferito non conoscere mai, soprattutto se sopra di te viene a vivere il classico ragazzo di campagna, abituato alla mega villa senza nessuno nei paraggi. Chiaramente si sentirà in dovere di fare i comodi suoi a tutte le ore del giorno e della notte e, del resto, come dargli torto? Lui al paesello lo faceva! E nessuno gli rimproverava nulla, perché nessuno gli viveva a fianco. Ma qui, nella progredita città, non si può. O meglio: esiste il regolamento di condominio che disciplina il giusto comportamento e le regole da rispettare. Come? Non sapevate che ogni condominio ha le sue regole? Già, a pensarci bene, chi l’ha mai visto o letto? Eppure il fantomatico regolamento esiste, parola di amministratore. Sarebbe già una conquista se venisse rispettato, ma noi siamo progrediti… ci sentiamo in dovere di espatriare nella libertà altrui senza porci problemi… e ci arrabbiamo se l’invaso osa farci notare che abbiamo esagerato!
Tempi moderni.
Adunque, nel condominio trovi un coacervo di etnie peggio della Torre di Babele. In teoria si dovrebbero conoscere gli occupanti degli altri appartamenti, ma quando gli appartamenti raggiungono il numero di settanta, novanta, cento e passa, è naturale che qualcuno sfugga. E ti ritrovi a salutare il cinese che nel frattempo ha acquistato la casa sopra la tua testa dall’oggi al domani, magari in contanti. Contanti? Sì, avete letto bene: contanti. Personalmente non so neppure come siano fatti quattrocentomila euro in contanti, ma a quanto pare i cinesi lo sanno bene. Oppure un bel giorno decidi che tuo figlio di tre anni deve dare un taglio ai lunghi capelli biondi e quando rientri con lui e la sua testa rapata, trovi la signora che abbassa lo sguardo per osservarlo, sgrana gli occhi allibita e dice: “Ma gli hai tagliato i capelli!”. E tu fissi la signora e ti domandi chi diamine possa essere, perché non l’hai mai vista prima! Però lei conosce bene tuo figlio!
Se poi il condominio è dotato di portierato, allora esiste la mitica figura del portiere. Mitico portiere, che quando occorre qualcosa è sempre presente! Sì, anche quando ti ritrovi in casa un ragno di mezzo chilo e corri a chiamare il portiere perché lo uccida! O quando ti sfreccia un pipistrello in piena serata estiva dietro la nuca e non sai come prenderlo e corri dal portiere! E quando si rompe il termosifone? Niente paura, il portiere risolve sempre tutto. A pensarci bene somiglia a Figaro…
Però esistono anche gli inquilini che odiano il portiere. E allora si innesca una vera e propria guerra psicologica ai danni del poveretto che ogni giorno si ritrova a dover ripulire le schifezze dei civilizzati… Per non parlare dei modi sgarbati e veramente poco civili con cui si rivolgono a quel cristiano che sta lì per nove ore al giorno a pulire e ascoltare le lamentele di centinaia di persone per pochi euro al mese. Quanti, oggi come oggi, farebbero il portiere? Pochi, credetemi, e alla fine li vedi che soffrono tutti di gastrite o di ulcera.
Per non parlare di quei casermoni dove, se ti permetti il lusso di andare una settimana in vacanza, torni e scopri che il tuo vicino ha sfondato una parete e si è appropriato di una delle tue camere! Come? Non è possibile? Oh, sì, che è possibile, potrei citarvi il luogo dove ciò avviene con una certa naturalezza di costume, ma preferisco tacere per mia incolumità.
Per farla breve, in tutto questo contesto, il portiere, lo sconosciuto, i rumori molesti, la sporcizia, l’appropriazione indebita, esiste la ciliegina sulla torta: l’assemblea condominiale!
In teoria ci si riunisce per cercare, insieme all’amministratore, di portare migliorie al condominio e per approvare consuntivi e bilanci o acconsentire taluni lavori. In realtà ci si riunisce per scagliarsi gli uni contro gli altri, in un’arena improvvisata dove vengono sfogate tutte le repressioni psico-sociali di cui noi progrediti soffriamo. Ognuno è arroccato sulle proprie convinzioni e ben pochi accettano idee e risoluzioni provenienti da altri cervelli.
Si comincia con la solita matta (ce n’è sempre una o più di una in un condominio, come una volta c’era il matto del villaggio) che, neppure tutti sono seduti, si scaglia contro l’amministratore vomitandogli addosso ogni ben di Dio, senza un senso logico, senza un perché, ma solo per il gusto di alzare la voce e destabilizzare, istigata da altri cervelli fini che ascoltano soddisfatti in silenzio. E una volta terminata la violenta invettiva, si gira e se ne va, impettita e tronfia come un pavone, lasciando gli astanti allibiti e trasecolati, tranne i due cervelli fini di cui sopra che non si aspettavano altro. Che poi la matta sia la medesima persona che volutamente sporca per far dispetto al portiere è un mero cavillo.
E che dire delle due galline che fanno sempre comunella, pronte a dare sempre e comunque contro l’amministratore e contro ogni buona idea? Le vedi che siedono fianco a fianco e se c’è da votare andando contro gli interessi generali, sono sempre le prime a farlo, appoggiandosi “per solidarietà”, anche quando non sono concordi neppure tra loro. Bellissimo esempio di magistrale stupidità.
E che dire del fermo tentativo di tutti i cervelli fini di revocare l’indennità di cassa al portiere, preferendo “risparmiare” andando a pagare alla posta e versare l’euro contro i pochi centesimi rimborsati al portiere? Ma nessuno ha mai spiegato a queste persone che cosa sia l’economia? Perché a casa mia, se anziché pagare un euro e dieci centesimi di bollettino postale pago cinquanta centesimi al portiere… caspita! Ho risparmiato! Invece no, i cervelli fini pensano l’esatto contrario. Anche questa è una magistrale prova di stupidità e ignoranza.
E che dire del capannello di condomini che ce l’hanno a morte con il segretario che, poveretto, è chiamato solo a trascrivere la seduta? Le accuse, le insinuazioni volano e alla fine, dopo anni che il disgraziato si offre per mancanza di volontari a quel lavoro, si stanca e se ne va, invitando i cervelli fini a prendere il suo posto. E qui scatta la sorpresa: nessun cervello fino si fa avanti. Bene, ora siamo senza segretario e l’amministratore ha un bel da fare a chiedere che uno dei condomini si offra di ricoprire quel ruolo. Ma come? Hanno fatto di tutto per sbalzare il segretario e ora nessuno ha il coraggio di farsi avanti?
Insomma, a guardare bene, il fatto di vivere in un condominio a mio avviso non è una grande conquista sociale, ma un regredire allo stato di australopitechi. Con tutto il rispetto per gli australopitechi.
Un capodanno... insolito
Un capodanno
è pur sempre un capodanno e va festeggiato come si deve. Per questo motivo
avevamo deciso di trascorrerlo lontano dal caos cittadino, in una ridente
tenuta in mezzo al verde, immersi nella pace nel polmone d’Italia. I nostri
amici ne sono stati oltremodo felici, perché era un ritrovarsi al di fuori
dell’estate, in un clima totalmente diverso, con un’atmosfera da Vecchia
Romagna Etichetta Nera, con tanto di camino e silenzio a dir poco innaturale.
Decisamente diverso dal caldo dell’estate, con le risate cristalline dei
bambini in piscina e il continuo frinire delle cicale.
Così, fatte le valigie in quattro e quattr’otto, abbiamo abbandonato l’Urbe e ci siamo diretti in Umbria, la nostra seconda casa, per modo di dire. La prima preoccupazione è stata: chi ci sarà oltre noi all’agriturismo a festeggiare il capodanno? Speriamo ci siano giovani come noi, in modo da poter tirare fuori i giochi di società e attendere con trepidazione il nuovo anno in maniera diversa da come si è avvezzi a festeggiarlo oggi. Un gusto un po’ retrò, ma tanto salutare! Il desco al centro del salone, imbandito con tanti gadget natalizi, l’atmosfera familiare e calda, le risa, gli scherzi… proprio come una volta. E poi i fuochi d’artificio a bordo piscina, il bicchiere con lo champagne per buon augurio…
Be’, a quanto pare quest’anno ci è andata male: con noi ci sono due coppie di ultra settantenni provenienti dalla città partenopea , che sicuramente limiteranno i festeggiamenti perché andranno a dormire presto e non potremo fare troppo rumore. Pazienza, speriamo almeno che giungano alla mezzanotte per poter brindare e dare fuoco alle ceneri dei fuochi d’artificio. Ma sì, ti pare che non attenderanno lo scoccare del nuovo anno per scambiarci gli auguri?
Certo è strano: noi coppie di quarantenni, praticamente nel fiore della vita, dover trascorrere il capodanno con queste persone che hanno il doppio della nostra età… praticamente nostri nonni… Del resto, sono gli inconvenienti di chi gestisce un agriturismo e noi avremmo dovuto immaginarlo.
La cena, tutto sommato, è andata bene: i quattro vegliardi hanno mangiato tutto, mentre noi, con i nostri problemi di stomaco, qualcosa abbiamo tralasciato. E che vuoi farci? Conduciamo una vita frenetica e il minimo che può capitarti è la gastrite. Però il brindisi è stato bellissimo, con tanto di fuochi d’artificio che il nostro amico ha fatto partire allo scoccare della mezzanotte. Un’emozione bellissima, se pensi che tutto intorno era buio pesto e silenzio inusuale.
Timidamente, poi, abbiamo tirato fuori i giochi da tavola, in primis il Trivial Pursuit, giusto per affermare la nostra ignoranza e scherzarci sopra. Ovvio che abbiamo invitato i vegliardi, non puoi esimerti, pare brutto. E loro hanno accettato, con nostra immensa sorpresa. Abbiamo giocato a squadre: uomini contro donne e, inutile dirlo, noi donne abbiamo vinto. Non so per quale motivo, ma con il Trivial riusciamo sistematicamente a vincere i nostri uomini, senza per questo essere più dotte. Mentre loro, al contrario, vincono sempre al Tabù, capendosi anche solo con un’occhiata. Ma qui c’è la sorpresa: le due “giovincelle” posseggono l’intero scibile umano! E altrettanto i due “giovinastri”, che ci fanno impallidire al confronto. Caspita, ci siamo imbattuti in una squadra di ottuagenari che mettono paura! Bene, molto bene! Il confronto è il sale della vita e via con altri giochi impegnativi. E nel frattempo mandi giù un goccetto di vino, di grappa, di cognac… di tutto quello che capita e i partenopei che tengono spaventosamente il passo! E poi lenticchie e cotechino, di nuovo panettone e ancora alcool da bastare per un mese intero se non di più. Ma è capodanno, uno strappo alla regola è concesso.
Alla fine, giunti alle tre e passa di mattina, noi quarantenni abbiamo iniziato a ciondolare le teste, stanchi morti, e lo stesso gli ottantenni nostri compagni di avventura. Così, di comune accordo, ognuno si è diretto nelle rispettive camere a riposare, per affrontare un primo dell’anno in maniera più fresca. Che dire: appena messo la testa sul cuscino, mio marito ha iniziato a ronfare, io ho faticato, forse perché era passata la mia solita ora. Fatto sta che, nella stanza accanto, ho iniziato a sentire la signora anziana dolersi e ho drizzato le orecchie, temendo di dover intervenire per portarla al pronto soccorso. In effetti quella sera avevamo tutti esagerato e non mi sono stupita nel sentire la donna lamentarsi. Questo è quello che succede ad una certa età, quando gli stravizi non sono più all’ordine del giorno. Ho provato a scuotere mio marito, ma lui era letteralmente svenuto e così mi sono messa l’anima in pace e già stavo per scendere dal letto e rivestirmi per portare aiuto, quando un gemito di dolore diverso dagli altri mi ha insospettito. Gemito di dolore? Oddio, tutto era fuorché un gemito di dolore!
Insomma, con mio basito stupore, sono rimasta trasecolata nel rendermi conto che noi, baldi quarantenni, non riuscivamo a tenere il ritmo degli ottantenni! E quando l’ho raccontato la mattina dopo, si sono stupiti tutti, dicendo che avevo bevuto troppo e mi ero immaginata tutto, perché nessuno, dopo la serata trascorsa, era riuscito a rimanere sveglio per fare l’amore come io sostenevo avessero fatto i vegliardi. Era impossibile anche solo pensarlo. Ma alla mia insistenza, perché ero certa di quanto udito, visto che mi aveva tolto il sonno, i giovani si sono messi d’accordo per informarsi nel modi più discreto possibile sulla nottata trascorsa dai partenopei.
All’arrivo nel salone dei vegliardi, il nostro amico ha candidamente chiesto al signore:
-Trascorsa bene la nottata?-
Al che, l’ottuagenario che si era divertito a mangiare, bere, giocare e fare l’amore alla faccia nostra, ha risposto con un sorriso malizioso:
-Divinamente.-
Per poco non mi strozzavo con il mio cappuccino, mentre i nostri amici si lanciavano occhiate allibite e, neppure a dirlo, da quel giorno il ricordo di come i nonni ci avessero surclassato in tutto ci fa sorridere e sperare nell’emulazione negli anni a seguire.
Così, fatte le valigie in quattro e quattr’otto, abbiamo abbandonato l’Urbe e ci siamo diretti in Umbria, la nostra seconda casa, per modo di dire. La prima preoccupazione è stata: chi ci sarà oltre noi all’agriturismo a festeggiare il capodanno? Speriamo ci siano giovani come noi, in modo da poter tirare fuori i giochi di società e attendere con trepidazione il nuovo anno in maniera diversa da come si è avvezzi a festeggiarlo oggi. Un gusto un po’ retrò, ma tanto salutare! Il desco al centro del salone, imbandito con tanti gadget natalizi, l’atmosfera familiare e calda, le risa, gli scherzi… proprio come una volta. E poi i fuochi d’artificio a bordo piscina, il bicchiere con lo champagne per buon augurio…
Be’, a quanto pare quest’anno ci è andata male: con noi ci sono due coppie di ultra settantenni provenienti dalla città partenopea , che sicuramente limiteranno i festeggiamenti perché andranno a dormire presto e non potremo fare troppo rumore. Pazienza, speriamo almeno che giungano alla mezzanotte per poter brindare e dare fuoco alle ceneri dei fuochi d’artificio. Ma sì, ti pare che non attenderanno lo scoccare del nuovo anno per scambiarci gli auguri?
Certo è strano: noi coppie di quarantenni, praticamente nel fiore della vita, dover trascorrere il capodanno con queste persone che hanno il doppio della nostra età… praticamente nostri nonni… Del resto, sono gli inconvenienti di chi gestisce un agriturismo e noi avremmo dovuto immaginarlo.
La cena, tutto sommato, è andata bene: i quattro vegliardi hanno mangiato tutto, mentre noi, con i nostri problemi di stomaco, qualcosa abbiamo tralasciato. E che vuoi farci? Conduciamo una vita frenetica e il minimo che può capitarti è la gastrite. Però il brindisi è stato bellissimo, con tanto di fuochi d’artificio che il nostro amico ha fatto partire allo scoccare della mezzanotte. Un’emozione bellissima, se pensi che tutto intorno era buio pesto e silenzio inusuale.
Timidamente, poi, abbiamo tirato fuori i giochi da tavola, in primis il Trivial Pursuit, giusto per affermare la nostra ignoranza e scherzarci sopra. Ovvio che abbiamo invitato i vegliardi, non puoi esimerti, pare brutto. E loro hanno accettato, con nostra immensa sorpresa. Abbiamo giocato a squadre: uomini contro donne e, inutile dirlo, noi donne abbiamo vinto. Non so per quale motivo, ma con il Trivial riusciamo sistematicamente a vincere i nostri uomini, senza per questo essere più dotte. Mentre loro, al contrario, vincono sempre al Tabù, capendosi anche solo con un’occhiata. Ma qui c’è la sorpresa: le due “giovincelle” posseggono l’intero scibile umano! E altrettanto i due “giovinastri”, che ci fanno impallidire al confronto. Caspita, ci siamo imbattuti in una squadra di ottuagenari che mettono paura! Bene, molto bene! Il confronto è il sale della vita e via con altri giochi impegnativi. E nel frattempo mandi giù un goccetto di vino, di grappa, di cognac… di tutto quello che capita e i partenopei che tengono spaventosamente il passo! E poi lenticchie e cotechino, di nuovo panettone e ancora alcool da bastare per un mese intero se non di più. Ma è capodanno, uno strappo alla regola è concesso.
Alla fine, giunti alle tre e passa di mattina, noi quarantenni abbiamo iniziato a ciondolare le teste, stanchi morti, e lo stesso gli ottantenni nostri compagni di avventura. Così, di comune accordo, ognuno si è diretto nelle rispettive camere a riposare, per affrontare un primo dell’anno in maniera più fresca. Che dire: appena messo la testa sul cuscino, mio marito ha iniziato a ronfare, io ho faticato, forse perché era passata la mia solita ora. Fatto sta che, nella stanza accanto, ho iniziato a sentire la signora anziana dolersi e ho drizzato le orecchie, temendo di dover intervenire per portarla al pronto soccorso. In effetti quella sera avevamo tutti esagerato e non mi sono stupita nel sentire la donna lamentarsi. Questo è quello che succede ad una certa età, quando gli stravizi non sono più all’ordine del giorno. Ho provato a scuotere mio marito, ma lui era letteralmente svenuto e così mi sono messa l’anima in pace e già stavo per scendere dal letto e rivestirmi per portare aiuto, quando un gemito di dolore diverso dagli altri mi ha insospettito. Gemito di dolore? Oddio, tutto era fuorché un gemito di dolore!
Insomma, con mio basito stupore, sono rimasta trasecolata nel rendermi conto che noi, baldi quarantenni, non riuscivamo a tenere il ritmo degli ottantenni! E quando l’ho raccontato la mattina dopo, si sono stupiti tutti, dicendo che avevo bevuto troppo e mi ero immaginata tutto, perché nessuno, dopo la serata trascorsa, era riuscito a rimanere sveglio per fare l’amore come io sostenevo avessero fatto i vegliardi. Era impossibile anche solo pensarlo. Ma alla mia insistenza, perché ero certa di quanto udito, visto che mi aveva tolto il sonno, i giovani si sono messi d’accordo per informarsi nel modi più discreto possibile sulla nottata trascorsa dai partenopei.
All’arrivo nel salone dei vegliardi, il nostro amico ha candidamente chiesto al signore:
-Trascorsa bene la nottata?-
Al che, l’ottuagenario che si era divertito a mangiare, bere, giocare e fare l’amore alla faccia nostra, ha risposto con un sorriso malizioso:
-Divinamente.-
Per poco non mi strozzavo con il mio cappuccino, mentre i nostri amici si lanciavano occhiate allibite e, neppure a dirlo, da quel giorno il ricordo di come i nonni ci avessero surclassato in tutto ci fa sorridere e sperare nell’emulazione negli anni a seguire.
Festa di compleanno
È sempre un
piacere immenso ricevere l’invito alla festa di compleanno di un carissimo
amico o di un parente amico (perché non tutti i parenti sono anche amici!) e
prepararsi all’evento.
In primis il regalo.
Ti dai da fare e inizi a far girare i due neuroni che vagano nel cervello in attesa di input e pensi alla persona e al possibile presente che possa piacerle. Quindi ti dai ulteriormente da fare e inizi a girovagare per i negozi in cerca di qualcosa che possa illuminare i due neuroni che, sebbene sotto input, non riescono a connettere. Poi, inevitabilmente, opti per un regalo che gradiresti ricevere più che regalare e torni a casa tutto soddisfatto con il bel pacchettino.
Scatta il giorno del compleanno, che, per ironia della sorte, cade il giorno dell’Epifania e il festeggiato pensa bene di fare festa la sera del 5 per ovviare all’alzataccia del giorno dopo se fosse giorno feriale. E dunque, tutto contento perché puoi dormire la mattina dopo, ti informi sul luogo e sull’orario. E lì ti prende il primo colpo: un localino niente po po di meno che a Via del Tritone, angolo con Piazza Barberini. Per coloro che non hanno sentore del come si vive nella capitale, questi nomi diranno ben poco, ma per chi vive a Roma sa che sono luoghi proibitivi da raggiungere con la macchina. Praticamente dovresti brevettare seduta stante un’autovettura che, una volta giunto a destinazione, possa ripiegarsi e prendere comodamente posto nella tua tasca del giubbotto. Praticamente impossibile, al pari del riuscire a parcheggiare. Be’, però a Piazza Barberini c’è la fermata della metro e l’idea balzata in mente ai due neuroni è di evitare la macchina e optare per Il Tubo. E lì giunge il secondo colpo: l’unico inconveniente è che l’appuntamento al locale è per le 21,30 e la metro chiude i battenti alle 23! Impossibile pensare all’alternativa all’autovettura. E dunque ti armi di santa pazienza, ti prepari con cura, prendi il pacchetto del regalo e decidi di uscire con un’abbondante mezz’ora di anticipo in modo da poter girare nei dintorni del locale nella speranza mai morta di riuscire a trovare un buco di parcheggio.
I due neuroni hanno avuto una buona sinapsi, ma del parcheggio neppure l’ombra. Chiaramente tutta Roma si è riversata nelle strade la sera del 5 gennaio per festeggiare l’arrivo della Befana e alle 21,30 non trovi un briciolo di buco neppure in braccio al vigile urbano che ti guarda girare e rigirare sotto il suo naso ed è pronto a tirare fuori libretto e penna per la contravvenzione. L’unica cosa positiva è che in questo modo scovi piccoli vicoli di Roma che, altrimenti, non vedresti mai, per finire a un incrocio spettacolare: dinanzi un bel divieto di transito, ai lati l’obbligo di svolta a destra o sinistra. I sampietrini, che hanno avuto il loro da fare per rimbambirti più del necessario sballottando la macchina come se fosse un carro della vecchia Roma, ti mostrano due vicoli dove non ci sono vetture e tu, bello speranzoso, imbocchi quello di sinistra, senza accorgerti che coloro che ti seguono optano per quello a destra. Stavolta il posto lo trovi, sei da solo a prendere quella strada e ti pare che… Il vicolo, incredibile a dirsi, si restringe sempre più, fino a giungere ad una impossibile curva dove neppure una biga riuscirebbe a svoltare! Panico! Proseguire è una follia, a meno di decidere di rimanere incastrato e far parte perenne dei palazzi; tornare sui propri passi, anzi, sulle proprie gomme, significa fare retromarcia fino all’incrocio fatidico. Nei dintorni neppure un’anima e con un gemito ti metti di santa pazienza a fare retromarcia, pregando di non sbattere contro il muro dei palazzi che sembrano incombere sul vicolo, mentre qualcuno affacciato alla finestra ti guarda e scuote lentamente la testa. E quando, infine, raggiungi di nuovo l’incrocio maledetto, prendi l’alternativa che, anziché riportarti a Via del Tritone, ti porta a Via del Corso, di fronte a Montecitorio. A quel punto sbirci l’ora: le 21,45. Sono la bellezza di tre quarti d’ora che giri come un’anima in pena e la speranza di trovare parcheggio affievolisce sempre più. Qualcuno suggerisce di andare a parcheggiare a Lungotevere, ma a quel punto tanto valeva lasciare la macchina sotto casa e farsela a piedi!
Ti incaponisci e continui a girare, con la pioggerella tediosa che ti limita la visuale e i due neuroni che scemano sempre più le funzioni vitali. E quando realizzi che il posto non lo troverai neppure se piangi in cinese, ti accorgi che ormai è quasi arrivata la Befana con tutte le calze piene di schifezze varie.
Però è questo il bello degli amici: se non festeggi al centro di Roma, che festa è? Se scegli di rimanere nei dintorni di casa vuol dire che sei un babbione pantofolaio, mentre loro sono giovani e preferiscono girare tre ore in macchina prima di trovare posto pur di andare in un locale trendy e poter dire: ci sono stato! Che poi in questo locale ci rimani un’ora sola, poco male: hai speso cinquanta euro di benzina a forza di girare con la macchina, hai pagato l’entrata venti euro e neppure riesci a mangiare per il nervoso. Bella soddisfazione!
Ma non era più semplice scegliere un locale sotto casa, dove di parcheggi ne trovi a iosa e dove ti metti seduto per tempo e mangi con gusto?
Sarà che forse sto invecchiando, ma proprio non capisco più questi miei coetanei che vogliono a tutti i costi fare i giovani!
In primis il regalo.
Ti dai da fare e inizi a far girare i due neuroni che vagano nel cervello in attesa di input e pensi alla persona e al possibile presente che possa piacerle. Quindi ti dai ulteriormente da fare e inizi a girovagare per i negozi in cerca di qualcosa che possa illuminare i due neuroni che, sebbene sotto input, non riescono a connettere. Poi, inevitabilmente, opti per un regalo che gradiresti ricevere più che regalare e torni a casa tutto soddisfatto con il bel pacchettino.
Scatta il giorno del compleanno, che, per ironia della sorte, cade il giorno dell’Epifania e il festeggiato pensa bene di fare festa la sera del 5 per ovviare all’alzataccia del giorno dopo se fosse giorno feriale. E dunque, tutto contento perché puoi dormire la mattina dopo, ti informi sul luogo e sull’orario. E lì ti prende il primo colpo: un localino niente po po di meno che a Via del Tritone, angolo con Piazza Barberini. Per coloro che non hanno sentore del come si vive nella capitale, questi nomi diranno ben poco, ma per chi vive a Roma sa che sono luoghi proibitivi da raggiungere con la macchina. Praticamente dovresti brevettare seduta stante un’autovettura che, una volta giunto a destinazione, possa ripiegarsi e prendere comodamente posto nella tua tasca del giubbotto. Praticamente impossibile, al pari del riuscire a parcheggiare. Be’, però a Piazza Barberini c’è la fermata della metro e l’idea balzata in mente ai due neuroni è di evitare la macchina e optare per Il Tubo. E lì giunge il secondo colpo: l’unico inconveniente è che l’appuntamento al locale è per le 21,30 e la metro chiude i battenti alle 23! Impossibile pensare all’alternativa all’autovettura. E dunque ti armi di santa pazienza, ti prepari con cura, prendi il pacchetto del regalo e decidi di uscire con un’abbondante mezz’ora di anticipo in modo da poter girare nei dintorni del locale nella speranza mai morta di riuscire a trovare un buco di parcheggio.
I due neuroni hanno avuto una buona sinapsi, ma del parcheggio neppure l’ombra. Chiaramente tutta Roma si è riversata nelle strade la sera del 5 gennaio per festeggiare l’arrivo della Befana e alle 21,30 non trovi un briciolo di buco neppure in braccio al vigile urbano che ti guarda girare e rigirare sotto il suo naso ed è pronto a tirare fuori libretto e penna per la contravvenzione. L’unica cosa positiva è che in questo modo scovi piccoli vicoli di Roma che, altrimenti, non vedresti mai, per finire a un incrocio spettacolare: dinanzi un bel divieto di transito, ai lati l’obbligo di svolta a destra o sinistra. I sampietrini, che hanno avuto il loro da fare per rimbambirti più del necessario sballottando la macchina come se fosse un carro della vecchia Roma, ti mostrano due vicoli dove non ci sono vetture e tu, bello speranzoso, imbocchi quello di sinistra, senza accorgerti che coloro che ti seguono optano per quello a destra. Stavolta il posto lo trovi, sei da solo a prendere quella strada e ti pare che… Il vicolo, incredibile a dirsi, si restringe sempre più, fino a giungere ad una impossibile curva dove neppure una biga riuscirebbe a svoltare! Panico! Proseguire è una follia, a meno di decidere di rimanere incastrato e far parte perenne dei palazzi; tornare sui propri passi, anzi, sulle proprie gomme, significa fare retromarcia fino all’incrocio fatidico. Nei dintorni neppure un’anima e con un gemito ti metti di santa pazienza a fare retromarcia, pregando di non sbattere contro il muro dei palazzi che sembrano incombere sul vicolo, mentre qualcuno affacciato alla finestra ti guarda e scuote lentamente la testa. E quando, infine, raggiungi di nuovo l’incrocio maledetto, prendi l’alternativa che, anziché riportarti a Via del Tritone, ti porta a Via del Corso, di fronte a Montecitorio. A quel punto sbirci l’ora: le 21,45. Sono la bellezza di tre quarti d’ora che giri come un’anima in pena e la speranza di trovare parcheggio affievolisce sempre più. Qualcuno suggerisce di andare a parcheggiare a Lungotevere, ma a quel punto tanto valeva lasciare la macchina sotto casa e farsela a piedi!
Ti incaponisci e continui a girare, con la pioggerella tediosa che ti limita la visuale e i due neuroni che scemano sempre più le funzioni vitali. E quando realizzi che il posto non lo troverai neppure se piangi in cinese, ti accorgi che ormai è quasi arrivata la Befana con tutte le calze piene di schifezze varie.
Però è questo il bello degli amici: se non festeggi al centro di Roma, che festa è? Se scegli di rimanere nei dintorni di casa vuol dire che sei un babbione pantofolaio, mentre loro sono giovani e preferiscono girare tre ore in macchina prima di trovare posto pur di andare in un locale trendy e poter dire: ci sono stato! Che poi in questo locale ci rimani un’ora sola, poco male: hai speso cinquanta euro di benzina a forza di girare con la macchina, hai pagato l’entrata venti euro e neppure riesci a mangiare per il nervoso. Bella soddisfazione!
Ma non era più semplice scegliere un locale sotto casa, dove di parcheggi ne trovi a iosa e dove ti metti seduto per tempo e mangi con gusto?
Sarà che forse sto invecchiando, ma proprio non capisco più questi miei coetanei che vogliono a tutti i costi fare i giovani!
Cara amica
Vorrei poterti chiedere come stai, ma auspico di poterlo
fare il più in là possibile, visto che dimori con gli angeli.
Ti scrivo perché volevo raccontarti cosa è accaduto con tuo marito, o meglio, il tuo vedovo. Fermo restando che sai bene quanto io aborrisca la politica, e tu lo sapevi, quanto sto per narrarti ai miei occhi ha dell’incredibile e forse ora capisco perché accennavi a un divorzio.
Ricordi quando, due anni orsono, scopristi, ahimè, di avere un tumore e nel medesimo periodo il tuo contratto di affitto scadeva e c’era una rivisitazione dell’importo da versare e/o in caso contrario lasciare l’appartamento? Capisco che la possibilità di perdere un posto così ameno o di pagare il giusto canone ti avesse sconvolto, considerato che abitavi in un attico di duecento metri quadrati, con un balcone che è pari al mio piccolo appartamento e che pagavi una miseria, nonostante tu e il tuo vedovo guadagnavate fior di soldi svolgendo la vostra professione di medici. Come? Come faccio a saperlo? Non ricordi più che ero io a farti la dichiarazione dei redditi? Lo so, sei sempre stata sbadata, per questo c’ero io a ricordarti le cose. Insomma, mi sarei arrabbiata anche io se, di punto in bianco, la cooperativa proprietaria dell’immobile avesse deciso di applicare il giusto tasso in una zona centrale di Roma, pena lo sfratto. Certo, per due come voi che, solo di imposte, versate tanto quanto guadagnano tre persone normali… Capisco, ti scocciava, non era affatto “di sinistra”. Ma perché è così facile proclamarsi di sinistra quando si hanno tanti soldi? Comunque sia, ti ho aiutato lo stesso a non perdere la tua preziosa casa, perché eravamo amiche e io non ho mai fatto caso a queste cose. Insomma, ti portai a un patronato di destra, dove c’era un mio caro amico che ti avrebbe aiutato. Certo, all’inizio ti è parso un po’ strano, visto che nessuno dei tuoi “amici” di sinistra aveva voluto fare qualcosa per te, ma così va il mondo, che vuoi farci? E ti sei tenuta la casa continuando a pagare una miseria.
E poi…
E poi tu sei volata via, così, pochi mesi fa e, se non fosse stato per tuo zio, non l’avrei neppure saputo, perché il tuo vedovo non si è neppure degnato di farcelo sapere. E pensare che quando telefonavano i miei genitori per sapere come stavi, lui rispondeva sempre in maniera molto scocciata, come se gli dessero fastidio. Ma va bene uguale. Sono riuscita a salutarti per l’ultima volta e solo questo conta.
E poi…
Eh, sì, ora arriva il bello. Il tuo vedovo, che io ho visto solo tre o quattro volte in vita mia, mi telefona perché si ricorda che un mio amico ti aveva fatto un grosso, ma grossissimo favore due anni prima e ora a lui ne serve un altro. Già mi suona strano che sia passato dal rapporto formale al semplice “ciao Nica”, come se fossimo vecchi amici, ma per te ho fatto finta di nulla. Un’amica è pur sempre un’amica. Così prendo appuntamento con il tuo vedovo per accompagnarlo al patronato e nel frattempo chiamo il mio amico per avvisarlo. Piccolo intoppo: il mio amico arriva dopo due ore e mi suggerisce di posticipare. Bene, nessun problema. Provo a contattare il tuo vedovo, ma per quanti sforzi faccia, non ci riesco. Va bene, lo aspetterò all’ora stabilita e gli dirò che l’appuntamento è spostato. Ma quando lui arriva, mi dice che non può posticipare perché, giustamente, deve andare a riprendere vostra figlia a scuola, una scuola tipica di “sinistra”, ossia dalle suore, dove si pagano fior di soldi. Ah, non è una scuola di sinistra? Ma non erano quelli di destra che mandavano i figli alle scuole private, pagando tanti bei soldini? E allora, perdonami, perché non avete optato per la scuola statale come ho fatto io? Ah, forse perché la scuola statale è diventata di destra… Accidenti, non me ne ero accorta, stavolta sono diventata io la sbadata. Ah, non è di destra? Allora non ci capisco più nulla.
Insomma, per fartela breve, ho proposto di accompagnarlo per mostrargli dove fosse il patronato e poi ci avrebbe pensato da solo, visto che ormai ha cinquant’anni e lo reputo… pardon, reputavo una persona matura. E durante il tragitto scopre che il patronato è di destra… Apriti cielo!
Come? Cosa cambia? Non lo so. So solo che ha esitato, iniziando a dire: “Ma io sono esattamente all’opposto! Come faccio a entrare lì? Se mi vedono che figura ci faccio?”
Eh, eh! Pensavo scherzasse, e ce n’era ben donde! Non mi era mai capitato di entrare in un negozio e chiedere al proprietario se fosse di destra o di sinistra prima di decidere se acquistare da lui la roba! O forse adesso si fa così e anche qui non me ne sono mai accorta?
Probabilmente avrei fatto meglio a fermarmi e suggerirgli che, se entrare lì dentro andava contro i suoi alti ideali, io lo capivo benissimo! Sai, certa gente andrebbe presa in giro come merita, ma, sempre per tuo ricordo, l’ho accompagnato fin lì. Davanti alla vetrata si è fermato, dicendo: “Va bene così, ora so dov’è.” E stava per tornare indietro senza neppure entrare, ma un altro mio amico che lavora lì mi ha visto ed io non ci ho pensato due volte a entrare e salutarlo. Il tuo vedovo ha dovuto ingoiare il boccone amaro e seguirmi, anche se penso mi avrebbe volentieri infilzato a coltellate. Per fartela breve, si è fatto dare il numero di telefono, nonostante poteva benissimo lasciare le carte e tornare a riprendere il tutto in seguito. Amica mia, te lo avrei fatto vedere: sembrava sui carboni ardenti, come se quei due minuti trascorsi nel negozio l’avessero contaminato come un appestato. O forse sono rimasta appestata anche io e non me ne sono accorta? Accidenti, ma di quante cose non mi accorgo più ultimamente? Sto invecchiando, a quanto pare! Ma non sarà che io a queste cose non ci ho mai fatto caso perché per me non hanno importanza? Non so che dirti, però ti assicuro che ci sono rimasta malissimo. E ancor più tornando verso casa, quando se ne è uscito fuori accusando ripetutamente un certo dolore al ventre, causato dal fatto di aver somatizzato… Sì, sì, hai capito bene! Sono rimasta trasecolata. Anche tu? Pensavo lo conoscessi, visto che era tuo marito, e pensavo gli avessi riferito, all’epoca, del patronato di destra che vi aveva aiutato…
Sempre perché ti sono amica, ho fatto finta di nulla, anzi, ho sdrammatizzato dicendo: “A una certa età escono fuori tutti i dolori!”
Ecco, volevo farti sapere come si è comportato il tuo vedovo verso una persona che gli aveva fatto un favore immenso, come tu avevi all’epoca riconosciuto, a differenza dei vostri “amici” di sinistra. A quanto pare lui non ha capito e sono certa che non chiamerà per avere il favore ed io reputo più saggio che non lo faccia.
Comunque sia, ci tengo a precisare che per me rimarrai una bellissima persona, a differenza del tuo vedovo, e che noi avevamo capito che sinistra o destra non sono di vitale importanza nella vita quotidiana, ma basta avere il buonsenso e tutto si risolve.
E dimmi: almeno là dove ti trovi ora, esiste il buonsenso? Spero ardentemente di sì!
Ti scrivo perché volevo raccontarti cosa è accaduto con tuo marito, o meglio, il tuo vedovo. Fermo restando che sai bene quanto io aborrisca la politica, e tu lo sapevi, quanto sto per narrarti ai miei occhi ha dell’incredibile e forse ora capisco perché accennavi a un divorzio.
Ricordi quando, due anni orsono, scopristi, ahimè, di avere un tumore e nel medesimo periodo il tuo contratto di affitto scadeva e c’era una rivisitazione dell’importo da versare e/o in caso contrario lasciare l’appartamento? Capisco che la possibilità di perdere un posto così ameno o di pagare il giusto canone ti avesse sconvolto, considerato che abitavi in un attico di duecento metri quadrati, con un balcone che è pari al mio piccolo appartamento e che pagavi una miseria, nonostante tu e il tuo vedovo guadagnavate fior di soldi svolgendo la vostra professione di medici. Come? Come faccio a saperlo? Non ricordi più che ero io a farti la dichiarazione dei redditi? Lo so, sei sempre stata sbadata, per questo c’ero io a ricordarti le cose. Insomma, mi sarei arrabbiata anche io se, di punto in bianco, la cooperativa proprietaria dell’immobile avesse deciso di applicare il giusto tasso in una zona centrale di Roma, pena lo sfratto. Certo, per due come voi che, solo di imposte, versate tanto quanto guadagnano tre persone normali… Capisco, ti scocciava, non era affatto “di sinistra”. Ma perché è così facile proclamarsi di sinistra quando si hanno tanti soldi? Comunque sia, ti ho aiutato lo stesso a non perdere la tua preziosa casa, perché eravamo amiche e io non ho mai fatto caso a queste cose. Insomma, ti portai a un patronato di destra, dove c’era un mio caro amico che ti avrebbe aiutato. Certo, all’inizio ti è parso un po’ strano, visto che nessuno dei tuoi “amici” di sinistra aveva voluto fare qualcosa per te, ma così va il mondo, che vuoi farci? E ti sei tenuta la casa continuando a pagare una miseria.
E poi…
E poi tu sei volata via, così, pochi mesi fa e, se non fosse stato per tuo zio, non l’avrei neppure saputo, perché il tuo vedovo non si è neppure degnato di farcelo sapere. E pensare che quando telefonavano i miei genitori per sapere come stavi, lui rispondeva sempre in maniera molto scocciata, come se gli dessero fastidio. Ma va bene uguale. Sono riuscita a salutarti per l’ultima volta e solo questo conta.
E poi…
Eh, sì, ora arriva il bello. Il tuo vedovo, che io ho visto solo tre o quattro volte in vita mia, mi telefona perché si ricorda che un mio amico ti aveva fatto un grosso, ma grossissimo favore due anni prima e ora a lui ne serve un altro. Già mi suona strano che sia passato dal rapporto formale al semplice “ciao Nica”, come se fossimo vecchi amici, ma per te ho fatto finta di nulla. Un’amica è pur sempre un’amica. Così prendo appuntamento con il tuo vedovo per accompagnarlo al patronato e nel frattempo chiamo il mio amico per avvisarlo. Piccolo intoppo: il mio amico arriva dopo due ore e mi suggerisce di posticipare. Bene, nessun problema. Provo a contattare il tuo vedovo, ma per quanti sforzi faccia, non ci riesco. Va bene, lo aspetterò all’ora stabilita e gli dirò che l’appuntamento è spostato. Ma quando lui arriva, mi dice che non può posticipare perché, giustamente, deve andare a riprendere vostra figlia a scuola, una scuola tipica di “sinistra”, ossia dalle suore, dove si pagano fior di soldi. Ah, non è una scuola di sinistra? Ma non erano quelli di destra che mandavano i figli alle scuole private, pagando tanti bei soldini? E allora, perdonami, perché non avete optato per la scuola statale come ho fatto io? Ah, forse perché la scuola statale è diventata di destra… Accidenti, non me ne ero accorta, stavolta sono diventata io la sbadata. Ah, non è di destra? Allora non ci capisco più nulla.
Insomma, per fartela breve, ho proposto di accompagnarlo per mostrargli dove fosse il patronato e poi ci avrebbe pensato da solo, visto che ormai ha cinquant’anni e lo reputo… pardon, reputavo una persona matura. E durante il tragitto scopre che il patronato è di destra… Apriti cielo!
Come? Cosa cambia? Non lo so. So solo che ha esitato, iniziando a dire: “Ma io sono esattamente all’opposto! Come faccio a entrare lì? Se mi vedono che figura ci faccio?”
Eh, eh! Pensavo scherzasse, e ce n’era ben donde! Non mi era mai capitato di entrare in un negozio e chiedere al proprietario se fosse di destra o di sinistra prima di decidere se acquistare da lui la roba! O forse adesso si fa così e anche qui non me ne sono mai accorta?
Probabilmente avrei fatto meglio a fermarmi e suggerirgli che, se entrare lì dentro andava contro i suoi alti ideali, io lo capivo benissimo! Sai, certa gente andrebbe presa in giro come merita, ma, sempre per tuo ricordo, l’ho accompagnato fin lì. Davanti alla vetrata si è fermato, dicendo: “Va bene così, ora so dov’è.” E stava per tornare indietro senza neppure entrare, ma un altro mio amico che lavora lì mi ha visto ed io non ci ho pensato due volte a entrare e salutarlo. Il tuo vedovo ha dovuto ingoiare il boccone amaro e seguirmi, anche se penso mi avrebbe volentieri infilzato a coltellate. Per fartela breve, si è fatto dare il numero di telefono, nonostante poteva benissimo lasciare le carte e tornare a riprendere il tutto in seguito. Amica mia, te lo avrei fatto vedere: sembrava sui carboni ardenti, come se quei due minuti trascorsi nel negozio l’avessero contaminato come un appestato. O forse sono rimasta appestata anche io e non me ne sono accorta? Accidenti, ma di quante cose non mi accorgo più ultimamente? Sto invecchiando, a quanto pare! Ma non sarà che io a queste cose non ci ho mai fatto caso perché per me non hanno importanza? Non so che dirti, però ti assicuro che ci sono rimasta malissimo. E ancor più tornando verso casa, quando se ne è uscito fuori accusando ripetutamente un certo dolore al ventre, causato dal fatto di aver somatizzato… Sì, sì, hai capito bene! Sono rimasta trasecolata. Anche tu? Pensavo lo conoscessi, visto che era tuo marito, e pensavo gli avessi riferito, all’epoca, del patronato di destra che vi aveva aiutato…
Sempre perché ti sono amica, ho fatto finta di nulla, anzi, ho sdrammatizzato dicendo: “A una certa età escono fuori tutti i dolori!”
Ecco, volevo farti sapere come si è comportato il tuo vedovo verso una persona che gli aveva fatto un favore immenso, come tu avevi all’epoca riconosciuto, a differenza dei vostri “amici” di sinistra. A quanto pare lui non ha capito e sono certa che non chiamerà per avere il favore ed io reputo più saggio che non lo faccia.
Comunque sia, ci tengo a precisare che per me rimarrai una bellissima persona, a differenza del tuo vedovo, e che noi avevamo capito che sinistra o destra non sono di vitale importanza nella vita quotidiana, ma basta avere il buonsenso e tutto si risolve.
E dimmi: almeno là dove ti trovi ora, esiste il buonsenso? Spero ardentemente di sì!
Quanto sei bella Roma!
Aveva ragione Venditti quando intonava la sua canzone
d’amore per la città eterna, quando ne esaltava la bellezza con semplici parole
rimaste nel cuore. Solo chi ha visto Roma può capire. Se la vivi da turista è
veramente la città più bella del mondo, con i suoi infiniti monumenti, i suoi
eterni riti, le sue opere grandiose.
Per la prima volta in tutta la mia vita ho deciso di andare ad attendere lo scoccare del mezzogiorno al Gianicolo. E lì, circondata dal fiero cipiglio dei garibaldini sparsi per il parco e sovrastata dalla statua equestre di Garibaldi, mi godo questo colle che offe di Roma una visuale mozzafiato. E’ qui che si compie il giornaliero rito dello sparo del cannone. Ed è un’emozione forte, soprattutto se ripenso che questa tradizione si ripete dal lontano 1846 per volere di papa Pio IX per far sì che tutte le chiese suonassero all’unisono il mezzodì.
E’ bello vedere la folla che si riunisce, i bambini con gli occhi sgranati fissi sul cannone, i soldati che gentilmente offrono la possibilità di scattare una foto ricordo accanto al pezzo di artiglieria; e poi la cerimonia, il caricamento a salve, l’attesa del momento e il braccio del comandante che dà il via. Non avevo mai sentito sparare un cannone da così vicino e mi sono sorpresa a udirmi strillare per la paura. Però, infarto a parte, è piacevole scoprire, o riscoprire, queste piccole cose che sono venute prima di noi e che ci sopravvivranno. L’unico rammarico, semmai, è la delusione di non aver trovato il mitico canone dell’ottocento, bensì un moderno pezzo di artiglieria.
Ma la delusione non c’è stata quando sono tornata a Castel Sant’Angelo di notte, illuminato al pari del cupolone che svetta lì vicino. Le mura massicce, i torrioni, le carceri che, se fossero in auge adesso farebbero pensare due volte prima di commettere un delitto, e il famoso Passetto che congiunge la mole Adriana con il Vaticano. Una volta veniva usato dai papi per rifugiarsi senza pericolo nella fortezza, così come accadde durante il sacco di Roma nel 1527, ed ora possiamo vederlo anche noi miseri mortali. E pensare che anni addietro avevo provato ad aprire il portoncino di accesso di straforo, ma sono stata bloccata perché nessuno poteva vedere o entrare nel Passetto. Un pezzo di Storia che stava lì ad ammuffire, pieno di erbacce e vietato a chicchessia ed io che mi rodevo il fegato. Ora, per qualche oscuro miracolo cinematografico (o meglio dire miracolo del dio denaro?) il Vaticano si è reso conto dell’interesse che suscitava il famoso Passetto e si è deciso ad aprirlo, almeno per un pezzo. E così, con il cuore in gola per il pensiero di quanti papi, principi e persone varie che hanno lasciato un segno nella Storia erano passate di lì, mi sono addentrata e ho mirato la mia Roma dall’alto del Passetto, illuminata come una cartolina, il Tevere che accarezza piano i torrioni del castello. Uno spettacolo unico che toglie il fiato, soprattutto di notte.
Roma, Roma, perché sei tu Roma? Perché io che ci vivo non posso goderti come qualsiasi turista? Perché mi costringi a odiarti quando giornalmente rimango impantanata nel caos cittadino, mentre vorrei amarti con tutta me stessa?
Per la prima volta in tutta la mia vita ho deciso di andare ad attendere lo scoccare del mezzogiorno al Gianicolo. E lì, circondata dal fiero cipiglio dei garibaldini sparsi per il parco e sovrastata dalla statua equestre di Garibaldi, mi godo questo colle che offe di Roma una visuale mozzafiato. E’ qui che si compie il giornaliero rito dello sparo del cannone. Ed è un’emozione forte, soprattutto se ripenso che questa tradizione si ripete dal lontano 1846 per volere di papa Pio IX per far sì che tutte le chiese suonassero all’unisono il mezzodì.
E’ bello vedere la folla che si riunisce, i bambini con gli occhi sgranati fissi sul cannone, i soldati che gentilmente offrono la possibilità di scattare una foto ricordo accanto al pezzo di artiglieria; e poi la cerimonia, il caricamento a salve, l’attesa del momento e il braccio del comandante che dà il via. Non avevo mai sentito sparare un cannone da così vicino e mi sono sorpresa a udirmi strillare per la paura. Però, infarto a parte, è piacevole scoprire, o riscoprire, queste piccole cose che sono venute prima di noi e che ci sopravvivranno. L’unico rammarico, semmai, è la delusione di non aver trovato il mitico canone dell’ottocento, bensì un moderno pezzo di artiglieria.
Ma la delusione non c’è stata quando sono tornata a Castel Sant’Angelo di notte, illuminato al pari del cupolone che svetta lì vicino. Le mura massicce, i torrioni, le carceri che, se fossero in auge adesso farebbero pensare due volte prima di commettere un delitto, e il famoso Passetto che congiunge la mole Adriana con il Vaticano. Una volta veniva usato dai papi per rifugiarsi senza pericolo nella fortezza, così come accadde durante il sacco di Roma nel 1527, ed ora possiamo vederlo anche noi miseri mortali. E pensare che anni addietro avevo provato ad aprire il portoncino di accesso di straforo, ma sono stata bloccata perché nessuno poteva vedere o entrare nel Passetto. Un pezzo di Storia che stava lì ad ammuffire, pieno di erbacce e vietato a chicchessia ed io che mi rodevo il fegato. Ora, per qualche oscuro miracolo cinematografico (o meglio dire miracolo del dio denaro?) il Vaticano si è reso conto dell’interesse che suscitava il famoso Passetto e si è deciso ad aprirlo, almeno per un pezzo. E così, con il cuore in gola per il pensiero di quanti papi, principi e persone varie che hanno lasciato un segno nella Storia erano passate di lì, mi sono addentrata e ho mirato la mia Roma dall’alto del Passetto, illuminata come una cartolina, il Tevere che accarezza piano i torrioni del castello. Uno spettacolo unico che toglie il fiato, soprattutto di notte.
Roma, Roma, perché sei tu Roma? Perché io che ci vivo non posso goderti come qualsiasi turista? Perché mi costringi a odiarti quando giornalmente rimango impantanata nel caos cittadino, mentre vorrei amarti con tutta me stessa?
P.S. Il cane operato sta benissimo
E’ partito da Roma per
arrivare sino a Tuoro sul Trasimeno per amore del suo cane, un bellissimo
setter inglese che, per colpa di un tumore al rene, deve essere operato. Ed è
rimasto con noi, compagno di due torride serate di luglio.
Un romano classico: trucido, bestemmiatore, con i segni della vita sul volto, uno di quelli che guardi in faccia e pensi che non gli daresti mai tua figlia; eppure di una simpatia irresistibile e, strano a dirsi, una persona buona. Ha mollato moglie e figlia per portare il suo cane da caccia a farsi operare e noi non avremmo mai potuto immaginare di trascorrere due serate all’insegna del riso più sfrenato. Con la sua calata romana che rasenta la volgarità ma che, bestemmie a parte, non raggiunge mai tali livelli (e questa è già di per sé una meraviglia), ci racconta, con la sua flemma inglese (giuro che è così, un Lord non potrebbe essere più composto ed avere quel tono di voce calmo e remissivo) che sua moglie in realtà è una brasiliana e non l’attuale compagna calabrese che gli ha dato una bellissima figlia. Ci spiega che il suo unico matrimonio, in attesa di separazione, in realtà è una farsa: ha sposato per soldi questa ragazza carioca che aveva bisogno di rientrare in Inghilterra dal suo amante. Una storia classica, che non avrebbe nulla di speciale, se non lui, con la sua incredibile flemma, la sua faccia che non lascia nulla all’immaginazione, che ci parla del pranzo di matrimonio. Narra alle nostre incredule orecchie di aver chiamato un ristorante romano che non va famoso per le posate d’argento ma per ben altre cose, e di aver fatto una prenotazione per un pranzo di nozze. Alla domanda del ristoratore di quanti coperti avesse bisogno, lui ha candidamente risposto: “Due”. Ovvio che il proprietario del locale, pensando ad uno scherzo, lo abbia gentilmente mandato a quel paese e riattaccato il telefono. Al che, il neo sposo ha richiamato, insistendo sulla veridicità della cosa e quando il ristoratore gli ha risposto che, se fossero stati realmente in due gli avrebbe offerto il pranzo, lui ha ribadito la quantità di persone, riaffermando che si era appena sposato e che voleva festeggiare l’evento. Sempre pensando ad uno scherzo, l’oste ha domandato: ”Allora siete tu e tua moglie?”.
E lui, come se fosse la cosa più naturale del mondo: “No, io e il mio testimone”.
Dire che a quel punto del racconto siamo scoppiati tutti a ridere è dir poco. Ovvio che lui, non conoscendo la sposa, abbia preferito sposarsi e portare con sé il proprio amico che gli aveva fatto da testimone. E per ben due volte, badate bene! Sì, perché la prima volta il funzionario del comune non gli aveva spiegato il problema della divisione dei beni e lui, appena intravisto il futuro problema, infischiandosene delle coppie che dovevano sposarsi subito dopo, ha preteso (non voglio neppure immaginare come) ed ottenuto di essere sposato di nuovo seduta stante, stavolta stando bene attento alla clausola della divisione dei beni. Posso solo provare ad immaginare le facce del funzionario e delle coppie di sposi in attesa. Ma torniamo al ristorante.
Fatto sta che l’oste ha dovuto chinare la testa dinanzi al certificato di matrimonio e gli ha offerto il pranzo, con tanto di camerieri che servivano di tutto punto i due soli avventori. Si è addirittura complimentato con lui per quanto aveva fatto per aiutare quella ragazza.
E il viaggio di nozze in Brasile? Lui è partito con il suo amico, per dimostrare la veridicità del matrimonio (perché le autorità lo andavano regolarmente a trovare per accertarsi che la cerimonia nuziale non fosse una farsa) e si è ritrovato a conoscere una marea di brasiliani (calciatori affermati a livelli mondiali, posso garantire) solo con la sua squisita simpatia. Addirittura si è ritrovato a fare il testimone di nozze a due ragazzi conosciuti due giorni prima!
Ora è in attesa di divorzio.
E la sua attuale compagna? Non tanto lei, quanto la sua famiglia calabrese lo manda fuori di testa. La suocera soffre di diabete, al pari di tutti gli altri familiari, e lui le pratica ogni giorno l’iniezione di insulina, ricordandole sempre di mangiare moderatamente. Ma da buona calabrese la suocera non ascolta e, a dispetto di un valore altissimo di glicemia, si gusta il pane con i fichi che la figlia le offre. E lui, candidamente, risponde: “Ho capito che la vuoi fare fuori, ma così evidente…”.
Posso solo aggiungere che questa è una minima parte degli aneddoti raccontatici con la sua calma che contrasta violentemente con il suo aspetto trucido, classico esempio di romano che rasenta la volgarità. Ed io non ridevo così da tempo, con le lacrime agli occhi, mentre ascoltavo rapita quest’uomo che, alternando una bestemmia ad una frase sensata, raccontava la sua incredibile vita, tanto che non basterebbero due persone per viverla.
P.S. Il cane operato sta benissimo!
Un romano classico: trucido, bestemmiatore, con i segni della vita sul volto, uno di quelli che guardi in faccia e pensi che non gli daresti mai tua figlia; eppure di una simpatia irresistibile e, strano a dirsi, una persona buona. Ha mollato moglie e figlia per portare il suo cane da caccia a farsi operare e noi non avremmo mai potuto immaginare di trascorrere due serate all’insegna del riso più sfrenato. Con la sua calata romana che rasenta la volgarità ma che, bestemmie a parte, non raggiunge mai tali livelli (e questa è già di per sé una meraviglia), ci racconta, con la sua flemma inglese (giuro che è così, un Lord non potrebbe essere più composto ed avere quel tono di voce calmo e remissivo) che sua moglie in realtà è una brasiliana e non l’attuale compagna calabrese che gli ha dato una bellissima figlia. Ci spiega che il suo unico matrimonio, in attesa di separazione, in realtà è una farsa: ha sposato per soldi questa ragazza carioca che aveva bisogno di rientrare in Inghilterra dal suo amante. Una storia classica, che non avrebbe nulla di speciale, se non lui, con la sua incredibile flemma, la sua faccia che non lascia nulla all’immaginazione, che ci parla del pranzo di matrimonio. Narra alle nostre incredule orecchie di aver chiamato un ristorante romano che non va famoso per le posate d’argento ma per ben altre cose, e di aver fatto una prenotazione per un pranzo di nozze. Alla domanda del ristoratore di quanti coperti avesse bisogno, lui ha candidamente risposto: “Due”. Ovvio che il proprietario del locale, pensando ad uno scherzo, lo abbia gentilmente mandato a quel paese e riattaccato il telefono. Al che, il neo sposo ha richiamato, insistendo sulla veridicità della cosa e quando il ristoratore gli ha risposto che, se fossero stati realmente in due gli avrebbe offerto il pranzo, lui ha ribadito la quantità di persone, riaffermando che si era appena sposato e che voleva festeggiare l’evento. Sempre pensando ad uno scherzo, l’oste ha domandato: ”Allora siete tu e tua moglie?”.
E lui, come se fosse la cosa più naturale del mondo: “No, io e il mio testimone”.
Dire che a quel punto del racconto siamo scoppiati tutti a ridere è dir poco. Ovvio che lui, non conoscendo la sposa, abbia preferito sposarsi e portare con sé il proprio amico che gli aveva fatto da testimone. E per ben due volte, badate bene! Sì, perché la prima volta il funzionario del comune non gli aveva spiegato il problema della divisione dei beni e lui, appena intravisto il futuro problema, infischiandosene delle coppie che dovevano sposarsi subito dopo, ha preteso (non voglio neppure immaginare come) ed ottenuto di essere sposato di nuovo seduta stante, stavolta stando bene attento alla clausola della divisione dei beni. Posso solo provare ad immaginare le facce del funzionario e delle coppie di sposi in attesa. Ma torniamo al ristorante.
Fatto sta che l’oste ha dovuto chinare la testa dinanzi al certificato di matrimonio e gli ha offerto il pranzo, con tanto di camerieri che servivano di tutto punto i due soli avventori. Si è addirittura complimentato con lui per quanto aveva fatto per aiutare quella ragazza.
E il viaggio di nozze in Brasile? Lui è partito con il suo amico, per dimostrare la veridicità del matrimonio (perché le autorità lo andavano regolarmente a trovare per accertarsi che la cerimonia nuziale non fosse una farsa) e si è ritrovato a conoscere una marea di brasiliani (calciatori affermati a livelli mondiali, posso garantire) solo con la sua squisita simpatia. Addirittura si è ritrovato a fare il testimone di nozze a due ragazzi conosciuti due giorni prima!
Ora è in attesa di divorzio.
E la sua attuale compagna? Non tanto lei, quanto la sua famiglia calabrese lo manda fuori di testa. La suocera soffre di diabete, al pari di tutti gli altri familiari, e lui le pratica ogni giorno l’iniezione di insulina, ricordandole sempre di mangiare moderatamente. Ma da buona calabrese la suocera non ascolta e, a dispetto di un valore altissimo di glicemia, si gusta il pane con i fichi che la figlia le offre. E lui, candidamente, risponde: “Ho capito che la vuoi fare fuori, ma così evidente…”.
Posso solo aggiungere che questa è una minima parte degli aneddoti raccontatici con la sua calma che contrasta violentemente con il suo aspetto trucido, classico esempio di romano che rasenta la volgarità. Ed io non ridevo così da tempo, con le lacrime agli occhi, mentre ascoltavo rapita quest’uomo che, alternando una bestemmia ad una frase sensata, raccontava la sua incredibile vita, tanto che non basterebbero due persone per viverla.
P.S. Il cane operato sta benissimo!
Perché no?
E’ quello che mi sono
chiesta appena messo piede in quest’oasi di pace alle falde degli Appennini, a
ridosso del lago Trasimeno, dove nel 217 a.C. Annibale Barca combatté contro i
romani, trovando una leggendaria vittoria.
Perché no? mi sono ripetuta mentre ascoltavo gli uccellini, le cicale, i cinghiali, i cani, i rospi… Per me, che vengo dal caos di Roma, questo è un paradiso terrestre. Qui non sento i continui martellamenti di chi decide di iniziare i lavori di ristrutturazione dell’appartamento accanto; qui non sono costretta a sentire la sega elettrica che il solito ignorante decide di accendere quando non va al lavoro, ossia il sabato e la domenica, che tutti aspettano con ansia per poter riposare un po’ più a lungo dopo la faticosa settimana lavorativa. Qui non sento il solito imbecille che manomette la marmitta del motorino per farsi sentire quando passa per appagare il suo egocentrismo, né il cretino che arriva sgommando con lo stereo della macchina che rompe i timpani e qualcos’altro. Qui non odi le continue ambulanze che corrono a raccogliere ciò che rimane dei feriti sfracellati dopo una notte brava a suon di droghe ed alcool, perché “altrimenti non è uno sballo”, mentre rimanere spiaccicati sull’asfalto è molto cool. In questo angolo di paradiso non senti il vicino che ti abita di sopra rientrare in piena notte e camminare allegramente con le scarpe con i tacchi alti, come se si trovasse in via del Corso, mentre tu cerchi vanamente di dormire; o quello sul pianerottolo che urla e schiamazza con gli amici infischiandosene di chi, all’una di notte, ha la folle pretesa di dormire. Qui non senti il continuo abbaiare isterico del cane della dirimpettaia che ti tormenta ad ogni ora del giorno e della notte e fai il tifo per chi, esasperato, qualche volta urla: “Lo uccidiamo questo cane?”. Basterebbe eliminare i proprietari che non comprendono che il cane isterico dà fastidio.
Qui, a parte gli echi della battaglia della seconda guerra punica, odi solo la campagna, il ringhiare dei cani esclusivamente contro gli intrusi, il grugnire dei cinghiali quando escono di notte con il branco per mangiare, il frinire delle cicale ed il canto melodioso degli usignoli che ti dà il buongiorno di prima mattina. Perché no? Perché non abbandonare il caos cittadino di Roma, la maleducazione e la totale mancanza di rispetto di chi ti abita al fianco, per ritrovare la calma e la serenità della campagna? Ma sì, stavolta faccio le valigie e mollo tutto, inizio una nuova vita senza più rumori dai decibel insopportabili, senza più stress. Pianto radici in questo angolo di paradiso, all’ombra di secolari ulivi e mi dedico alla contemplazione dei colori della natura. Qui c’è la pace assoluta, rotta solo dai bambini che si divertono in piscina in orari consoni. Pazienza se poi qualche insetto ti pizzica e ti gratti come una scimmia o se ti accorgi che accanto al letto hai un vicino speciale: uno scorpione.
Poi… Poi accade. Improvviso ed inatteso; mi giro e mi ritrovo a faccia a faccia con il mio peggior nemico e rimango paralizzata. Lui sta lì, immobile, quasi strafottente, che mi fissa con alterigia, mentre io inizio a sudare freddo. Allora capisco che la campagna non fa per me, che, tutto sommato, preferisco morire di stress anziché di infarto e mestamente riprendo la via di casa.
Il ragno ha vinto.
Perché no? mi sono ripetuta mentre ascoltavo gli uccellini, le cicale, i cinghiali, i cani, i rospi… Per me, che vengo dal caos di Roma, questo è un paradiso terrestre. Qui non sento i continui martellamenti di chi decide di iniziare i lavori di ristrutturazione dell’appartamento accanto; qui non sono costretta a sentire la sega elettrica che il solito ignorante decide di accendere quando non va al lavoro, ossia il sabato e la domenica, che tutti aspettano con ansia per poter riposare un po’ più a lungo dopo la faticosa settimana lavorativa. Qui non sento il solito imbecille che manomette la marmitta del motorino per farsi sentire quando passa per appagare il suo egocentrismo, né il cretino che arriva sgommando con lo stereo della macchina che rompe i timpani e qualcos’altro. Qui non odi le continue ambulanze che corrono a raccogliere ciò che rimane dei feriti sfracellati dopo una notte brava a suon di droghe ed alcool, perché “altrimenti non è uno sballo”, mentre rimanere spiaccicati sull’asfalto è molto cool. In questo angolo di paradiso non senti il vicino che ti abita di sopra rientrare in piena notte e camminare allegramente con le scarpe con i tacchi alti, come se si trovasse in via del Corso, mentre tu cerchi vanamente di dormire; o quello sul pianerottolo che urla e schiamazza con gli amici infischiandosene di chi, all’una di notte, ha la folle pretesa di dormire. Qui non senti il continuo abbaiare isterico del cane della dirimpettaia che ti tormenta ad ogni ora del giorno e della notte e fai il tifo per chi, esasperato, qualche volta urla: “Lo uccidiamo questo cane?”. Basterebbe eliminare i proprietari che non comprendono che il cane isterico dà fastidio.
Qui, a parte gli echi della battaglia della seconda guerra punica, odi solo la campagna, il ringhiare dei cani esclusivamente contro gli intrusi, il grugnire dei cinghiali quando escono di notte con il branco per mangiare, il frinire delle cicale ed il canto melodioso degli usignoli che ti dà il buongiorno di prima mattina. Perché no? Perché non abbandonare il caos cittadino di Roma, la maleducazione e la totale mancanza di rispetto di chi ti abita al fianco, per ritrovare la calma e la serenità della campagna? Ma sì, stavolta faccio le valigie e mollo tutto, inizio una nuova vita senza più rumori dai decibel insopportabili, senza più stress. Pianto radici in questo angolo di paradiso, all’ombra di secolari ulivi e mi dedico alla contemplazione dei colori della natura. Qui c’è la pace assoluta, rotta solo dai bambini che si divertono in piscina in orari consoni. Pazienza se poi qualche insetto ti pizzica e ti gratti come una scimmia o se ti accorgi che accanto al letto hai un vicino speciale: uno scorpione.
Poi… Poi accade. Improvviso ed inatteso; mi giro e mi ritrovo a faccia a faccia con il mio peggior nemico e rimango paralizzata. Lui sta lì, immobile, quasi strafottente, che mi fissa con alterigia, mentre io inizio a sudare freddo. Allora capisco che la campagna non fa per me, che, tutto sommato, preferisco morire di stress anziché di infarto e mestamente riprendo la via di casa.
Il ragno ha vinto.
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